Nazionalpopolare70

Anni 70 e dintorni.

Mexico70. L’Italia è seconda solo a Pelè

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rosato100Campionato del mondo 1970. Si gioca in Messico. Umiliata dalla sconfitta contro la Corea del Nord nei mondiali inglesi di quattro anni prima la nazionale italiana si presenta all’ultimo atto della coppa Rimet forte di tanti campioni, ma come al solito gravata dal consueto carico di polemiche. Ferruccio Valcareggi, tecnico azzurro da alcuni considerato poco “creativo” dal punto di vista tattico, ha comunque guidato l’Italia alla vittoria durante i fortunosi europei del 1968, giocati in casa, rompendo un digiuno di vittorie in campo internazionale che durava da 30 anni (mondiali del 1938). Un’eternità. Già a Inghilterra ’66 l’Italia si presenta con notevoli ambizioni, ma l’incredibile sconfitta contro i “ridolini” coreani si rivela traumatica per tutto il movimento. La vittoria europea rappresenta quindi un parziale riscatto, in attesa della conferma nel ben più prestigioso palcoscenico mondiale del ’70.

La nazionale che si presentava ai nastri di partenza in Messico è un mix di forza fisica e classe: accanto ai gladiatori Riva, Boninsegna, Domenghini, Bertini, Burgnich, Facchetti e Rosato giostrano alcuni piedi buoni come De Sisti, Cera, Mazzola e soprattutto Rivera.

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Lodetti

Le consuete polemiche complicano le cose, con il clan nerazzurro contrapposto al gruppetto di milanisti: praticamente gli interisti contro Rivera. Non contribuisce di certo a stemperare la tensione la cacciata dal ritiro messicano del fedele scudiero Lodetti, uomo di fatica con piedi tutt’altro che modesti: mandato a casa con ignominia, a favore di Boninsegna e Prati dopo l’infortunio di Anastasi, lascia ancora più isolato un Rivera che comunque può almeno contare sull’appoggio (in senso tecnico) del bomber Riva.

E’ tutta qui l’origine della famosa staffetta Mazzola-Rivera: i due non si odiano, ma rappresentano il normale, prevedibile, sollazzo per un Paese da sempre abituato a dividersi in guelfi e ghibellini. Mazzola fornisce più corsa e garanzie in fase di copertura; Rivera è un regista capace di impostare l’azione, rifinirla e andare in gol: è probabilmente il miglior giocatore italiano del momento, l’uomo giusto per innescare due formidabili attaccanti come Boninsegna e Riva (entrambi mancini e portati naturalmente a pestarsi i piedi già ai tempi del Cagliari).

 

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La “staffetta” secondo Intrepido

Un ct brasiliano, tedesco o addirittura inglese avrebbe probabilmente schierato nello stesso undici di partenza sia Mazzola che Rivera, ma Valcareggi, vittima della mentalità difensiva che da sempre caratterizza il calcio italiano e dell’influenza del clan interista, opta per la famosa “staffetta”: Sandro per il primo tempo, Gianni per il secondo.

Il girone eliminatorio, da sempre problematico per la nostra nazionale ai mondiali, non fa di certo sognare. L’Italia passa il turno grazie all’unico gol segnato in tre partite: quello di Domenghini contro la Svezia (gli altri incontri con Israele e Uruguay finiscono 0-0). Il gioco dell’Italia è asfittico: in altura, dove le lunghe e ripetute rincorse sono devastanti per il fisico dei giocatori, si pensa di poter innescare la coppia Boninsegna-Riva con i lanci dalle retrovie. 

Ai quarti l’Italia deve vedersela con il Messico, la squadra di casa, una buona formazione che pratica la zona e un calcio tecnico basato sul possesso palla: per Riva e compagni le cose sembrano mettersi male, con i padroni di casa subito in vantaggio (gol del numero 8 Gonzales dopo pochi minuti di gioco). Ci pensa ancora Domenghini a sistemare le cose, al venticinquesimo, con un tiro “cieco e sciamannato” (copyright di Gianni Brera) che induce lo stopper messicano Pena all’autogol. Nel secondo tempo si scatena la coppia Rivera-Riva (la mente e il braccio): doppietta del bomber del Cagliari, che finalmente si sblocca, e gol del milanista al settantesimo. Un perentorio 4-1 per l’Italia e soprattutto la conquista della semifinale dopo moltissimi anni. Si giocherà a Guadalajara, contro la Germania: clima più caldo di Toluca, ma anche mille metri in meno sul livello del mare. Il pubblico messicano reagisce all’eliminazione della propria nazionale tirando oggetti in campo: tiferà sempre contro l’Italia.

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Il famoso match contro la Germania Ovest ha sempre catalizzato le nostalgie degli appassionati non soltanto italiani. Tuttora esiste una targa presso lo stadio Azteca di Città del Messico che ricorda una gara straordinaria non tanto sotto il profilo tecnico quanto sotto quello delle emozioni.

Vale la pena riportare il racconto di Gianni Brera, limitatamente alla fase più emozionante della partita: i supplementari.

Tempi supplementari. Si fa male Rosato, entra Poletti. A parte una lecca a Held, che se la merita, gioca di punta per i tedeschi, e segna al 5′. Cross di Libuda (che inciucchisce Facchetti), testa a rifinire di Seeler: palla morta in area, Poletti non stanga via, accompagna di petto verso porta: Müller si frappone: Poletti e Albertosi fanno la magra: 1-2. Sciagura. Pubblico osannante.
Meritiamo, meritiamo, come no? Ma qui incominciano gli errori tedeschi. Pur imitando Ramsey, Herr Schoen ci ha preso per degli inglesi. E insiste a WM. Vogts commette fallo su Riva. Rivera tenta il pallonetto perché incorni qualcuno: chi c’è in area tedesca? Il furentissimo Held. Il quale di petto mette graziosamente palla sul sinistro di Burgnich, l’immenso: 2-2. Dice che il pubblico si diverte, a questi scempi. Il critico prende atto: ma rabbrividisce pure. I tedeschi sono proprio tonti: ecco perché li abbiamo quasi sempre battuti. Nel calcio vale anche l’astuzia tattica non solo la truculenza, l’impegno, il fondo adetico e la bravura tecnica. I tedeschi seguitano a pencolare avanti in massa.
 
Così segna anche Riva. Domenghini si ritrova all’ala sinistra (dove non è il mio grande grandissimo sbirolentissimo Bergheim?): crossa basso: trova Riva. Riva tocca a lato di esterno sinistro, secco, breve: scarta di netto Vogts ed esplode la rituale mancinata di collo. Gol strepitoso. È il 14′ del primo tempo supplementare. I tedeschi sono anche eroici (e quante botte pigliano e danno). Sono stanchi morti, ma quando Seeler suona il tamburo (con il gomito in faccia a Bertini) tutti ritrovano la forza per tornar sotto e pareggiare. È angolo a destra. Batte Libuda. Seeler stacca da sinistra e rispedisce a destra: Müller dà una incornatola che Albertosi segue tranquillo: sul palo è Rivera (ma sì, ma sì): il quale sembra si scansi. Albertosi lo strozzerebbe. Rivera china il capino zazzeruto e la fortuna sua e nostra gli offre subito il destro di salvare sé e la squadra. È il 6′: lanciato sulla sinistra, Boninsegna ingaggia l’ennesimo duello con il cottissimo Schultz: riesce a crossare basso indietro: i pochi tedeschi in zona sono su Riva. Rivera in comodo allungo si trova la palla sul piatto destro e freddamente infila Maier, già squilibrato prima del tiro.
 
Adesso è proprio finita. I tedeschi sono battuti. Beckenbauer con braccio al collo fa tenerezza ai sentimentali (a mi, nanca on po’). Ben sette gol sono stati segnati. Tre soli su azione degna di questo nome: Schnellinger, Riva, Rivera. Tutti gli altri, rimediati. Due autogol italiani (pensa te!). Un autogol tedesco (Burgnich). Una saetta di Bonimba ispirata da un rimpallo fortunato. Come dico, la gente si è tanto commossa e divertita. Noi abbiamo rischiato l’infarto, non per ischerzo, non per posa. Il calcio giocato è stato quasi tutto confuso e scadente, se dobbiamo giudicarlo sotto l’aspetto tecnico-tattico. Sotto l’aspetto agonistico, quindi anche sentimentale, una vera squisitezza, tanto è vero che i messicani non la finiscono di laudare (in quanto di calcio poco ne san masticare, pori nan).

 

L’epilogo è col Brasile di Pelè, Tostao, Rivelino, Gerson, Jairzinho, Clodoaldo, Carlos Alberto & co. In pratica il più forte di tutti i tempi. L’Italia è in riserva dopo la partita contro la Germania (i brasiliani godono anche di un giorno in più di riposo).

 

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Il primo tempo è piuttosto equilibrato. Grandissimo gol di testa di Pelè su un impotente Burgnich, a marcare il vantaggio brasiliano, poi la rabbiosa reazione di Boninsegna che ruba palla al giocoliere Clodoaldo verso i venticinque metri, vince un contrasto col portiere Felix e deposita in rete anticipando Riva che, per non ostacolare il compagno, compie una torsione quasi contro natura per un bomber di razza. Nel secondo tempo, dopo il 2-1 del sopraffino regista Gerson, i brasiliani dilagano e vincono la finale con un sonoro 4-1 (Jairzinho e Carlos Alberto, servito da sua maestà Pelè).

Valcareggi, dal canto suo, commette un clamoroso errore tattico: lasciare giocatori fondamentali come Gerson e Carlos Alberto (capitano e terzino destro brasiliano, di fatto un’ala) completamente liberi: sono questi giocatori a essere decisivi con le loro reti e azioni individuali. La nazionale verdeoro si porta a casa la prestigiosa coppa Rimet (avendola vinta per ben tre volte). Nel versante italiano, come al solito, sono le polemiche a tenere banco: in particolare quella sui famosi, umilianti, sei minuti che Valcareggi concede a Rivera sconfessando la cosiddetta staffetta che lo stesso C.T. italiano aveva congegnato. Un vero e proprio regalo al Brasile più forte di tutti i tempi.

Togliamoci il cappello di fronte al Brasile, riconosciamo che non solo sul piano tecnico-tattico i brasiliani sono stati largamente superiori, ma che hanno ottenuto questo prestigioso risultato nella storia del calcio mondiale anche per una continuità del proprio vivaio e per una concezione del football per noi quasi proibitiva… Gli italiani hanno compiuto una notevole prodezza proprio perché in partenza il credito che si faceva loro non andava oltre le semifinali. Ma proprio nelle semifinali, quando i sentimentali e i romantici si sono abbandonati a orge di entusiasmo e di gratitudine verso gli azzurri, chi avesse seguito il gioco più freddamente e lucidamente si sarebbe accorto che il tono tecnico-tattico della nostra squadra era assolutamente inferiore al suo compito. Con la Germania è stata la vittoria del cuore e anche della fortuna. Il calcio istintivo ci ha portato a un successo che i romantici considerano memo-rabile. Guardando tuttavia quanto è avvenuto in campo, io personalmente non mi son sentito di ingannare i lettori e, con un coraggio di cui spero mi si dia atto, ho reagito al mio intimo entusiasmo, alla mia soddisfazione, all’emozione anche parlando di football e così annotando puntualmente che i nostri errori, la nostra stessa difesa, sopravvalutata dai critici italiani e no, non avrebbe potuto reggere ai brasiliani.

Operazione Condor

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dictadura_brasileiraAnni Settanta. Gli Stati Uniti organizzano una massiccia operazione di politica estera per mettere “sotto tutela” quegli Stati del Centro e Sud America nei quali troppo forte viene ritenuta l’influenza socialista: è l’Operazione Condor.

Il programma, oltre a coinvolgere direttamente la C.I.A., ovvero  il servizio segreto statunitense, interessa apparati militari, organizzazioni di estrema destra, partiti politici e movimenti di guerriglia anticomunisti sudamericani. Obiettivo: rovesciare governi ritenuti non affini dal punto di vista ideologico, anche se eletti democraticamente come quello di Salvador Allende in Cile.

L’impegno statunitense è giustificato da interessi economici e politici molto rilevanti: in gioco è il controllo politico e commerciale delle società latinoamericane e del locale mercato delle materie prime. In questo quadro la C.I.A. fornisce assistenza attiva, finanziamenti e coperture,  ai servizi segreti sudamericani, nonché l’addestramento di quadri operativi negli Stati Uniti.Operação-Condor-Latuff-Diálogos-do-Sul

Massiccio il ricorso alla tortura e all’omicidio degli oppositori politici. Non rari i casi di ambasciatori, politici o dissidenti assassinati oltre i confini dell’America Latina. Cile, Argentina, Bolivia, Brasile, Perù, Paraguay e Uruguay possono considerarsi i più importanti Stati coinvolti nell’Operazione Condor.

Nel 1992 il giudice paraguaiano José Augustín Fernández scopre, durante un’indagine in una stazione di polizia di Asunción, archivi dettagliati che descrivono la sorte di migliaia di desaparecidos: si tratta di persone rapite, torturate e fatte sparire tra gli anni Settanta e Ottanta da forze armate e servizi segreti di Cile, Argentina, Uruguay, Paraguay, Bolivia e Brasile. Gli archivi contano 50 mila persone assassinate, 30 mila scomparse. Incalcolabile il numero degli incarcerati. Tali documenti vengono ribattezzati “Archivi del terrore”.

Alcuni casi

195-chile-flores-FOTO-02-Tribuna-del-Bío-BíoIl generale Carlos Prats e La moglie vengono assassinati dalla DINA cilena il 30 settembre 1974, con un’autobomba, a Buenos Aires città nella quale vivono in esilio. Pinochet e la direzione della DINA, nella persona di Manuel Contreras, vengono riconosciuti colpevoli di questi omicidi per stessa ammissione di Contreras. L’agente cileno Enrique Arancibia Clavel viene incarcerato in Argentina per questo omicidio.

Bernardo Leighton, politico democristiano in esilio in Italia dopo il colpo di stato di Pinochet, viene gravemente ferito durante un attentato il 5 ottobre 1976 a Roma.

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L’auto di Letelier

Orlando Letelier, ministro del governo di Salvador Allende destituito dal golpe, viene assassinato con un’autobomba il 21 settembre 1976 mentre si trova in esilio a Washington. Ancora una volta la responsabilità è attribuita alla DINA, in stretta collaborazione con la C.I.A. americana. In una lettera aperta apparsa sul Los Angeles Times il 17 dicembre 2004, il figlio di Orlando Letelier, Francisco, scrive che l’omicidio del padre è ascrivibile all’Operazione Condor definita come «una rete di intelligence utilizzata da sei dittatori sudamericani dell’epoca, per eliminare i dissidenti»

Brigate rosse. Arriva frate mitra, l’infiltrato

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tumblr_mbujv1EieW1rh1wl4o1_400Silvano Girotto, meglio conosciuto come “frate mitra”, nasce a Caselle Torinese il 3 aprile del 1939.
Figlio di un maresciallo dei carabinieri, appena adolescente sconfina in Francia dove rischia l’arresto per immigrazione clandestina. Mentendo sull’età riesce comunque ad arruolarsi nella Legione straniera. Viene quindi inviato in Algeria dove la Francia è impegnata in una spietata repressione contro i moti indipendentisti locali. Dopo soli 3 mesi, diserta disgustato dagli innumerevoli episodi di tortura perpetrati dai francesi ai danni dei patrioti algerini.

Al rientro in Italia viene arrestato perché coinvolto in un furto compiuto da alcuni coetanei. Decide di entrare nell’Ordine Francescano, prendendo il nome di padre Leone. L’attività pastorale e il contesto sociale nel quale opera lo inducono ad avvicinarsi a posizioni che gli fanno guadagnare la fama di “frate rosso”. Il vescovo di Novara gli vieta di predicare.

Nel 1969 tenta con successo di sedare una rivolta presso il carcere di Novara, agendo da mediatore. Chiede e ottiene l’autorizzazione a partire come missionario nel terzo mondo.

Giunto in Bolivia prende contatto con gli strati più poveri della popolazione opponendosi al colpo di stato militare che fa capitolare il governo progressista di Juan Josè Torres. Le forze popolari espugnano alcuni depositi militari locali rifornendosi di armi. Gli scontri con i golpisti sono violentissimi.
La scelta conseguente è quella della clandestinità. Il regime di Hugo Banzer riuscirà a comunque a prendere il potere.

La resistenza boliviana ha come base logistica Santiago del Cile, dove Girotto si trova nel momento in cui viene portato a termine il golpe contro Salvator Allende. Il Cile cade quindi nelle mani di una giunta militare guidata da Augusto Pinochet. Girotto partecipa anche in questo caso alla resistenza e viene ferito negli scontri. Cerca quindi rifugio nella sede diplomatica italiana per poi essere rimpatriato alla fine del 1973.

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Silvano Girotto

Nello stesso anno viene espulso dall’Ordine francescano, con la motivazione di aver partecipato a degli scontri armati.

Da questo ruolo nella guerriglia sudamericana contro i regimi militari dei primi anni 70 deriva il nome di Frate Mitra che da quel momento in poi lo contraddistinguerà.

In una intervista afferma di non essere pregiudizialmente contro la lotta armata, quando questa è ultima ratio contro un potere iniquo e violento; ritiene però notevoli le differenze di contesto politico e sociale tra Italia e Sudamerica: i problemi italiani, sostiene Girotto, possono ancora essere affrontati e risolti per via politica. A seguito di queste considerazioni, e tenendo conto dei numerosi omicidi e rapimenti (primo fra tutti quello del giudice Sossi), decide di collaborare con i carabinieri.

Tutto inizia con un articolo di Giorgio Pisanò, direttore del settimanale Candido, nel quale si dipinge Girotto come un simpatizzante comunista custode di segreti e conoscenze compromettenti in campo brigatista. Sarebbe dunque stato questo articolo a spingere i carabinieri del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa a contattare Girotto, al quale viene offerto di collaborare. Girotto chiede un paio di giorni per riflettere e infine accetta.

L’ex frate entra subito in contatto con ambienti brigatisti frequentando alcuni fiancheggiatori dell’organizzazione: gli è d’aiuto il prestigio derivante dall’esperienza sudamericana come guerrigliero.

A Pinerolo, Girotto conosce Renato Curcio. Il leader Br giudica genuine le intenzioni dell’ex frate e decide di dargli credito. A un secondo incontro partecipa anche Mario Moretti. A quanto sembra è in questa occasione che viene fatta a Girotto la proposta di addestrare un nucleo di brigatisti. Al terzo incontro, quello decisivo, l’ex francescano si presenta con i carabinieri.

8 settembre 1974. La 128 targata BO 545217 su cui viaggiano i due capi brigatisti Curcio e Franceschini viene bloccata alle porte di Pinerolo, al passaggio a livello sulla strada per Orbassano. Ricorda Franceschini: «Pignero, che mi teneva per il collo, mi dice: “Io non so chi tu sia, ma conosco quell’altro”. E indicò Curcio. “Lo conosco tanto bene che ho chiamato il mio cane Renato”». Alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle stragi e sul terrorismo, il 10 febbraio 2000, Girotto racconta: «Ricordo molto bene quando fu arrestato Alberto Franceschini, che non avevo mai visto e che capitò a Pinerolo per caso: quando il giorno dopo, vedendo il capitano Pignero, gli chiesi chi era quello con gli occhiali, alto, che stava insieme a Curcio, mi rispose che era un certo Franceschini, uno dei capi, arrivato il giorno prima da Praga».

Un duplice arresto, quello di Curcio e Franceschini, che doveva essere l’atto conclusivo, il trionfo, per gli uomini del Nucleo speciale di Dalla Chiesa, ma che invece ne rappresenta il passo di addio. Ragioni politiche mai del tutto chiarite portano alla decisione di «ristrutturare» il gruppo messo in piedi dal generale. «Stanno disfacendo tutto», dice Dalla Chiesa rivolgendosi ai magistrati, «se pensate che abbiamo lavorato bene, fate qualcosa». Ottiene soltanto un plauso. Il patrimonio di conoscenze messo insieme giorno dopo giorno dai carabinieri venne disperso, gli uomini trasferiti.

Non è escluso che Girotto intendesse entrare realmente nelle Br, potendo così collaborare più fattivamente con i carabinieri e ottenere risultati maggiori nella lotta al terrorismo: propositi scoraggiati da Dalla Chiesa che avrebbe considerato “frate mitra” fin troppo esposto.image

 

L’ex francescano, dopo l’arresto dei brigatisti, riesce a condurre una vita normale avendo due figlie dalla compagna boliviana che aveva condotto con lui la resistenza contro il regime di Banzer. Lavora come operaio e diviene sindacalista. Ha modo di trovare un impiego in alcuni Paesi arabi per poi tornare definitivamente in Italia. Nel 1978 si fa da testimone nel processo contro le Br celebratosi a Torino.

Il 10 febbraio 2000 viene ascoltato nella 62ª seduta della Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi a cui aveva fornito una bozza del libro autobiografico pubblicato due anni dopo.

Nel 2002, in procinto di partire alla volta di una missione cattolica in Etiopia, vuole riprendere contatto con coloro che aveva fatto arrestare e che sono ormai liberi dopo aver scontato pesanti condanne. Curcio, pur non manifestando rancore, mantiene un atteggiamento riluttante, mentre Franceschini accetta l’incontro, stabilendo con Girotto un rapporto amichevole.

Interessanti alcune dichiarazioni rilasciate, su vari temi, durante la sua missione in Etiopia.

DOMANDA: La teologia della liberazione che si sviluppò in Sud America negli anni ‘ 70 avrebbe potuto aiutare?

RISPOSTA: «Certamente, ma la Chiesa di Roma non ne volle sapere. Da un lato l’ apertura di Paolo VI, che addirittura in casi particolarmente drammatici ammetteva la lotta armata, dall’ altro l’ allora cardinale Ratzinger che ispirava i corposi documenti con cui si condannava la teologia della liberazione. Le contraddizioni della Chiesa risiedono nel fatto che non riesce a capire le condizioni della gente del Terzo Mondo. La condanna dei preservativi assomiglia tanto alla condanna inflitta a Galileo. Per ragionare nei villaggi africani non si possono usare gli stessi metri che si adoperano nelle ovattate sale del Vaticano»

D: E i rapporti con i brigatisti che fece catturare?

R: «Li ho incontrati e siamo diventati amici. Abbiamo parlato e discusso. Mi hanno dato ragione. Mi sono associato alla guerriglia in America Latina, in condizioni particolari, sotto la cappa di una feroce dittatura. In Italia non c’ erano le condizioni per la lotta armata. Era assolutamente fuori luogo pensarlo. Da noi non c’ era una dittatura che ammazzava i contadini e la povera gente. Ora anche loro sono d’ accordo con me. Nella trappola scattata a Pinerolo doveva esserci anche Mario Moretti, ma all’ ultimo momento fu avvisato da una telefonata. Non so chi l’ abbia avvisato, ma di quell’ incontro sapevano soltanto poche persone. Strano che sia sfuggito, vero?».

Written by nazionalpopolare70

16 febbraio 2016 at 18:59

Con la rabbia agli occhi

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Cosa c’entra Yul Brynner con Massimo Ranieri?

Forse è questa la prima domanda da porsi per il film Con la rabbia agli occhi (1976, regia di Antonio Margheriti). Come si sa c’è stata un’epoca d’oro del nostro cinema (fondamentalmente gli anni 60) nella quale molti divi americani erano di casa in Italia. Nomi come Fellini, De Sica, Visconti, Mastroianni, Loren, Lollobrigida erano conosciuti in tutto il mondo e davano lustro al nostro Paese e alla nostra cinematografia. A partire dalla seconda metà degli anni 70 si cominciava già a intravvedere un lento declino: i registi, gli attori, i produttori dei decenni precedenti stavano invecchiando.

Insomma, si iniziava un po’ a campare di rendita e non era difficile ingaggiare un bel volto americano – magari con qualche ruga – per dare lustro a pellicole non proprio indimenticabili. Con la rabbia agli occhi è inquadrabile in un questo contesto. Il cast è ampiamente a stelle e strisce perché oltre al già citato Brynner presenta anche Martin Balsam, premio Oscar nel 1966 per L’incredibile Murray – L’uomo che disse no . Considerando che anche Brynner vinse l’Oscar nel 1957 per I dieci comandamenti, si può dire che Con la rabbia agli occhi possa teoricamente fregiarsi di ben due premi Oscar. Accanto alla coppia di tenori abbiamo il bravo Giancarlo Sbragia (ottimo attore di teatro), Barbara Bouchet e appunto Massimo Ranieri.0000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000.jpg

Qual è la trama del film? Il killer Brynner viene ingaggiato da un’organizzazione mafiosa americana. All’inizio è piuttosto restio a farsi convincere, perché dice di essersi ritirato (lo vanno a scovare mentre pesca sul fiume Hudson, a New York), ma cambia idea non appena gli dicono che l’uomo da far fuori è l’assassino del fratello. A quel punto Brynner accetta. Arrivato a Napoli, vestito tutto di nero (da vero killer), ha subito a che fare con Angelo- Massimo Ranieri, un ragazzo affascinato dal mondo dei gangster americani che pero’ sbarca il lunario organizzando qualche truffa nelle corse di cavalli. Angelo fa conoscere a Brynner la sua amica preferita, Barbara Bouchet: il glaciale killer, dopo un momento di diffidenza, non potrà resistere allo charme della bionda. Il resto della vicenda evolve verso l’appuntamento col boss responsabile della morte del fratello di Brynner. Ranieri riesce a guadagnarsi la fiducia dell’americano: viene pertanto addestrato all’uso delle armi e delle varie tecniche tipiche di un killer professionista. La polizia si limita, dal canto proprio, a seguire le vicende dall’esterno praticamente senza intervenire mai (fedele al motto “finchè s’ammazzano tra loro ce ne freghiamo”). L’epilogo sarà amaro per tutti e si risolverà, ovviamente, in un bagno di sangue.hqdefault

I difetti della pellicola sono prima di tutto ravvisabili in una sceneggiatura debole, con attori che -pur recitando in maniera professionale- non riescono a far vivere personaggi inesistenti. Brynner sembra spesso chiedersi che cosa ci faccia in un poliziottesco ambientato a Napoli: pare ridestarsi soltanto alla vista della Bouchet e del ben più bruttarello Balsam (Hollywood che fu). Ranieri è ridicolo sia nella parte del killer (non farebbe male a una mosca) che in quello del bravo guaglione ormai troppo cresciuto. La Bouchet è sempre la Bouchet: fa parlare il corpo e la sua bellezza passa sopra tutto il resto, comprese le doti recitative che non sono mai state enormi. Sbragia è un’altra potenzialità sprecata: la inesistente sceneggiatura lo fa comparire ogni tanto qua e là nella storia, come un fantasma. Senza contare che fa una morte troppo banale per un boss che si rispetti. L’unico a salvarsi, alla fine dei conti, è il buon Martin Balsam che sarebbe stato capace di recitare anche la parte di un pescivendolo napoletano tanta era la professionalità che lo contraddistingueva e la capacità di calarsi in qualsiasi ruolo o set.

La musica dei fratelli De Angelis, per una volta, non è all’altezza della situazione: la tarantella avrebbe potuto funzionare in un film di Piedone lo sbirro non certo per una specie di noir con tanto di Brynner killer newyorkese.

Written by nazionalpopolare70

10 febbraio 2016 at 21:59

La strage di Acca Larentia e il mistero della mitraglietta Skorpion

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Vittime di Acca Larentia

– Acca Larentia, Roma, 7 gennaio 1978, sezione del Movimento Sociale Italiano, quartiere Tuscolano. Poco prima delle 18 alcuni giovani militanti si muovono verso piazza Risorgimento, dove è previsto un volantinaggio. Alle 18,30 altri cinque ragazzi si preparano ad uscire dai locali della sezione. Sono Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Vincenzo Segneri, Maurizio Lupini, Giuseppe D’Audino.

– Quando Bigonzetti apre la porta blindata, la via è poco illuminata. Un gruppo di cinque o sei giovani, tra cui forse una donna, gira l’angolo di via Evandro, avanza verso i missini e apre il fuoco. Bigonzetti non fa a tempo ad accorgersi di nulla che è già a terra: investito dal piombo, e colpito alla testa, cade davanti alla porta della sede. I sicari sparano di nuovo, questa volta contro Segneri che, ferito al braccio, fa in tempo a rientrare spingendo a terra gli altri due camerati che si trovano alla soglia del locale. Per Ciavatta, che è accanto a Bigonzetti, non c’è scampo: prova a fuggire verso una rampa di scale, ma giunto al secondo gradino viene fulminato da una scarica di proiettili.

– I killers fuggono via, forse a bordo di una Renault, forse a piedi. Lentamente la porta blindata della sezione viene riaperta. I tre superstiti tentano di soccorrere Bigonzetti, che è già morto, mentre Francesco Ciavatta rantola. Passano pochi minuti e in via Acca Larentia piombano a sirene spiegate forze dell’ordine e un’ambulanza. Gli agenti prendono a bordo Vittorio Segneri, diciotto anni, operaio in una officina metalmeccanica, che sanguina. Gli infermieri caricano Ciavatta: morirà poco dopo in ospedale. Il padre si suiciderà per la disperazione alcuni mesi dopo ingerendo una bottiglia di acido muriatico

– In via Acca Larentia c’è un grande concitazione. Un giornalista e un operatore televisivo tentano di ricostruire la dinamica del duplice omicidio. Uno dei due, forse distrattamente, getta un mozzicone di sigaretta sulla chiazza di sangue lasciata da Ciavatta. Qualcuno interpreta il gesto come un atto di disprezzo. Il giornalista viene insultato e malmenato, l’operatore vede la sua cinepresa gettata a terra e calpestata. Si scatena un parapiglia. Un dirigente del fronte della gioventù interviene per calmare gli animi, ma proprio in quel momento un drappello di carabinieri che staziona poco lontano comincia a lanciare lacrimogeni.

– In un contesto di grande confusione, la sequenza che segue vede il capitano dei carabinieri Edoardo Sivori impugnare una pistola: nel tentativo di sparare l’arma si inceppa. Non desiste, e chiesta un’altra arma a un sottoposto, apre il fuoco verso il gruppo di missini. Un giovane, colpito alla testa, crolla a terra. E’ Stefano Recchioni, diciannove anni. Morirà 48 ore dopo all’ospedale.

– Il raid viene rivendicato dai Nuclei Armati per il Contropotere Territoriale: “Un nucleo armato, dopo una accurata opera di controinformazione e controllo della fogna di via Acca Larenzia, ha colpito i topi neri nell’esatto momento in cui questi stavano uscendo per compiere l’ennesima azione squadristica. Non si illudano i camerati, la lista è ancora lunga”.

– L’azione di Acca Larentia è scarsamente compresa perfino tra i militanti di Autonomia operaia. Viene ritrovato un secondo volantino che rivendica nuovamente l’eccidio: “Il fatto che questa azione sia stata fatta da una componente del movimento e non dal movimento intero, non colloca questa componente al di fuori del movimento stesso. Dal dibattito che c’è stato e che ancora continua all’interno del movimento emergono secondo noi due gravi carenze: la prima è una carenza di valutazione rispetto all’azione e a quello che rappresenta sia nel momento contingente sia all’interno di un piano di contropotere territoriale; la seconda è dato dal fatto della totale impreparazione del movimento di fronte a situazioni di antifascismo militante”.

– Oreste Scalzone prende le distanze: “Questo non è antifascismo. E’ da condannare lo sparare alla cieca, senza progetto”. Radio popolare lancia appelli alla distensione dopo un dibattito con gli ascoltatori che non capiscono il senso del duplice omicidio.

– Francesca Mambro 1: “Il 77 era alle spalle e lo scontro con i comunisti sembrava ormai superato. Acca Larentia era la sezione che frequentava mio fratello: quel giorno non era andato perché aveva un appuntamento con il dentista, ma io non lo sapevo. Ero preoccupata. Appena arrivata chiedo chi fossero i caduti: mi dissero Francesco e Franco. Cominciammo a gridare slogan, e a contestare le guardie. ‘Che fate qui? Andate a cercare gli assassini’. Lanciarono qualche lacrimogeno. Uno colpisce Stefano Recchioni alla gamba: sta accanto a me, lo vedo chinarsi per vedere cosa fosse successo. Appena si rialza viene colpito e cade a terra. Io penso a un candelotto, provo a soccorrerlo, ma quando gli metto la mano sotto la testa per sollevargliela e vedo il sangue, capisco che si tratta di un proiettile”

– Francesca Mambro 2: “Noi ragazzini venivamo usati per il servizio d’ordine ai comizi di Almirante, quando serviva gente pronta a prendere botte e a ridarle, ma ad Acca Larentia i pezzi grossi del partito dimostrarono che se per difenderci bisognava prendere posizioni scomode, come denunciare i carabinieri, allora non valeva la pena. Acca Larentia segna la rottura definitiva di molti di noi con il Msi”

– Un militante: “Francesca Mambro me la ricordo imbestialita. Urlava a quelli affacciati sui balconi che erano dei vigliacchi, tutti complici nella caccia al fascista. Lei fu tra coloro che decisero di reagire anche con le armi”

– La mattina del 9 febbraio 1987 Pierluigi Vigna rivela che la mitraglietta Skorpion usata da una frazione delle Br l’anno prima per l’uccisione dell’ex sindaco di Firenze Lando Conti e dell’economista Ezio Tarantelli è la stessa che precedentemente aveva sparato contro i missini di Acca Larentia.

– C’è una pentita: è Silvia Todini, che all’epoca del raid contro i due missini aveva quindici anni. La Todini, che ha avuto ruoli marginali nella ultima generazione delle Br degli anni 80, collabora con il giudice romano Domenico Sica già dal 1983. La Todini racconta che nell’appartamento di una certa Daniela c’è un gruppo di giovani che discutono sulla fabbricazione di un timbro con la scritta “Nuclei Armati per il contropotere territoriale”.

– E’ sulla base delle affermazioni della Todini che il 30 aprile ’87 il giudice istruttore del tribunale di Roma, Guido Catenacci, spicca cinque ordini di cattura. I carabinieri arrestano Mario Scrocca. Per la magistratura è il “Mario” visto dalla Todini in casa di Daniela. Ventotto anni, di professione infermiere, è sposato e padre di un bambino di due anni. Nel 1978, all’epoca dell’eccidio, aveva diciannove anni e militava in Lotta continua. L’ordine di cattura parla di duplice omicidio, tentato omicidio, associazione sovversiva e partecipazione a banda armata.

– Alle 11,30 di giovedì 30 aprile 87 Mario Scrocca varca il cancello del carcere romano di Regina Coeli. Poco dopo viene interrogato dai magistrati. Ammette la sua militanza politica dell’epoca, ma nega di aver partecipato all’agguato contro i fascisti. Terminato l’interrogatorio, Scrocca viene rinchiuso in una cella di isolamento perché deve ancora rispondere ad altre domande dei magistrati. Il giorno successivo è il 1 maggio, giorno festivo. Scrocca decide di scrivere alla moglie Rossella. “Sono qui e ancora non riesco a farmene una ragione. Il tempo si è cristallizzato. L’unica cosa che riesco ad avere chiara nella mente sei tu e Tiziano. Non tollero che tu e nostro figlio siate trascinati in questa storia di merda. Finalmente riesco a piangere, vorrei urlare, ma questa soddisfazione non gliela voglio dare. Tenerezza, tenerezza, tenerezza, Voglia di tenerezza è il titolo di un film che non ho neanche visto, ma racchiude tutto quello che penso quando mi scopro a pensare il tuo bellissimo viso. Quello che manca è la materialità della quotidiana bellezza di toccarti, di coricarmi con te. Qui se va male non si tratta di fare qualche mese, qui se il giudice decide che le accuse contro di me sono vere sto nella merda per sempre. Mi sono fumato anche l’ultima sigaretta e poi ho deciso che non ho né la forza né la volontà di aspettare che questa storia si chiarisca”. Si impiccherà poco dopo all’interno della sua cella.

– 8 settembre 1988: dopo un blitz dei carabinieri contro i militanti delle Br-Pcc, si conosce l’identità della ragazza citata dalla Todini. E’ Daniela Dolce, 36 anni, nata a Colleferro, che sfugge alla cattura. Contro di lei il giudice titolare della inchiesta sulla strage di Acca Larentia ha spiccato un mandato di cattura per banda armata, associazione sovversiva e duplice omicidio: Ciavatta e Bigonzetti. Questa ultima accusa cadrà alla fine della istruttoria. Daniela Dolce scapperà comunque in Nicaragua.

– L’arma utilizzata nell’agguato, una mitraglietta Skorpion, viene rinvenuta nel 1988 in un covo delle Brigate rosse in via Dogali, a Milano. La vicenda relativa ad Acca Larentia si conclude formalmente l’11 luglio 1990, quando la corte di assise di Roma assolve tre uomini e una donna (tra cui appunto Daniela Dolce) ritenuti esponenti dei “Nuclei armati per il contropotere territoriale”.

– Nel 2012, a seguito di una interpellanza parlamentate, viene ricostruita la provenienza iniziale dell’arma che è stata originariamente acquistata, nel 1971, dal cantante Jimmy Fontata e da questi rivenduta, nel ’77, a un ispettore di polizia: rimane tuttora ignoto il modo in cui l’arma sia giunta nella mani dei terroristi.

– Scrive il prefetto Carlo De Stefano, in risposta all’interrogazione parlamentare: “Le indagini relative alla tracciabilità della Skorpion permisero di stabilire che nel febbraio del 71 l’arma era stata regolarmente acquistata presso una armeria di Sanremo da Enrico Sbriccoli, cantante noto al pubblico con il nome d’arte di Jimmy Fontana, il quale ne aveva denunciato l’acquisto presso la stazione dei Carabinieri di Formello. Nel ’79 il cantante venne escusso dalla Digos della Questura di Roma e riferì di avere venduto nel ’77 la sua Skorpion al funzionario di polizia dr. Antonio Cetroli che in quel periodo era il dirigente del commissariato di pubblica sicurezza Tuscolano a Roma. Secondo lo Sbriccoli la compravendita sarebbe avvenuta presso la armeria Bonvicini, di Roma, alla presenza della moglie del titolare. Sulla questione, sempre nel ’79, venne escussa la signora Ciani in Bonvicini che pur asserendo di conoscere il Cetroli e lo Sbriccoli entrambi suoi clienti non confermò i particolari riferiti agli inquirenti dal cantante. Le versioni dei protagonisti della vicenda non sono mai state concordanti, poiché il funzionario di polizia ha sempre escluso di avere acquistato armi. Il funzionario di polizia è deceduto a Roma il 30 giugno 2005. Gli autori materiali dell’eccidio di Acca Larentia non sono mai stati individuati. E’ verosimile che l’arma utilizzata per l’attentato sia confluita nell’arsenale delle Br attraverso la successiva adesione alla formazione eversiva di uno o più soggetti che la detenevano” Fonte: Ugo Maria Tassinari

-I colpevoli dell’agguato sono quindi rimasti sempre ignoti e liberi. Anche il capitano dei carabinieri Eduardo Sivori non ha subìto alcuna conseguenza né giudiziaria né disciplinare.

– Da un interrogatorio del pentito Maurizio Lombino, reso nel carcere di Brescia il 22/5/1980: “I nuclei armati territoriali non erano una organizzazione fissa, raccoglievano istanze di lotta sociale genericamente intesa. Cioè non esisteva un apparato centralizzato e compartimentato, vigeva il fenomeno dello spontaneismo e fra i temi trattati collettivamente alcuni potevano autonomamente decidere di compiere azioni che poi rivendicavano sotto la sigla dei Nuclei”

– Il 25 marzo 1978, a Trento, in una cabina telefonica viene rivenuto un volantino con cui i sedicenti “Nuclei armati per il contropotere territoriale”, sezione autonoma Trentino-Alto Adige, esaltano l’azione di via Fani. Comando generale dell’Arma e Sisde informati.

– Numerose azioni rivendicate dai “Nuclei armati per il contropotere territoriale” sono state registrate nei primi mesi del 1979 nella città di Bergamo.  In precedenza, la stessa sigla, aveva fatto brillare un ordigno esplosivo sul terrazzo della sede di Bergamo del Msi (rivendicazione del 7/10/1978 ore 1,35)

– Sulla possibile contiguità tra “Nuclei armati per il contropotere territoriale” e Brigate rosse, in ordine a un sospettato, il Ministero dell’Interno scriveva: “F.M.G.F., nato a Milano il 17.8.1953, già ivi residente in via Cimabue 5, dal marzo 1981 risulta emigrato per l’Arabia Saudita. E’ coniugato con F.P., laureata in filosofia. La sua famiglia di origine è composta dal padre F.A., geometra, e dalla madre R. A., casalinga. Il fratello R. è deceduto all’età di anni 26 a Nairobi. Ex studente, già iscritto al 4 liceo scientifico. Militante dei gruppi della sinistra dissidente passa in Autonomia Operaia, aderendo alle frange più oltranziste della organizzazione. Passato poi nel partito armato ha militato, con funzioni organizzative, in varie bande armate operanti con diverse sigle: “Nuclei Combattenti per il comunismo”, “Nuclei armati per il contropotere territoriale”, “Gruppi di fuoco”, “Movimento comnunista rivoluzionario”, “Co.Co.Ri.” (Comitato comunista rivoluzionario). Infine, con un ruolo di rilievo, passa nella organizzazione terroristica denominata Brigate rosse. Da indagini svolte, anche in base alle dichiarazioni rese da terroristi pentiti, è emerso che il F., nel 1978, come appartenente alla organizzazione eversiva CO.CO.RI. allora capeggiata dal noto Oreste Scalzone, si recò in Libano, con una imbarcazione da diporto da lui stesso condotta, e dopo avere acquistato una ingente quantità di armi e munizioni le trasportò clandestinamente in Italia con lo stesso mezzo. Tali armi una volta giunte in Italia furono distribuite a varie organizzazioni terroristiche. Risulta colpito dai seguenti provvedimenti restrittivi: – Mandato di cattura n.54/80 ARGI, emesso il 18.6.81 dal GI del tribunale di Roma per detenzione di armi ed esplosivo per scopi terroristici, introduzione di armi ed esplosivi nel territorio dello Stato – Mandato di cattura n 59/80 ARGI emesso il 20.6.81 dall’Ufficio Istruzione del tribunale di Roma per aver costituito e diretto una associazione variamente denominata diretta a sovvertire violentemente gli ordinamenti dello Stato mediante: 1) la perpetrazione di attentati alle persone 2) l’importazione dal Libano di ingenti quantitativi di armi 3) la consumazione di rapine 4) il coordinamento con altri gruppi terroristici ideologicamente affini 5) la costituzione di una banda armata organizzata per la consumazione di attentati. Il F. è’ latitante.”

Testi consigliati 

  • Anni di piombo (Provvisionato, Baldoni) Sperling & Kupfer
  • Cuori rossi contro cuori neri (Sidoni, Zanetov) Newton Compton

Da “guerriero senza sonno” a “infame”. Era Walter Sordi

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Walter_Sordi– Walter Sordi nasce a Roma, il 23 settembre 1961. Ancora giovanissimo milita in Terza Posizione frequentando anche la sede FUAN di via Siena, quartiere Nomentano.

– E’ parte attiva di un gruppo in cui i punti di riferimento sono Luigi Ciavardini, Giorgio Vale, Stefano Soderini, Pasquale Belsito e altri. Cominciano tutti in Terza Posizione, per poi passare, nel 1979, alla lotta armata nei Nar.

– Dedito a rapine e all’uso della violenza, il gruppo si caratterizza per i solidi rapporti di amicizia tra i componenti più in vista. Emerge una certa tendenza alla goliardia. Il Sordi dei primi tempi viene descritto, da chi lo conosceva, come un tipo tutto d’un pezzo, privo di capacità di analisi. Un manicheo, come molti altri diciottenni degli anni di piombo.

– Nella primavera del 1980 alcuni pubblici ministeri romani firmano una requisitoria nel processo contro TP nella quale si chiede al giudice istruttore il rinvio a giudizio per i reati di banda armata e associazione sovversiva; viene chiesta anche l’emissione del mandato di cattura per dozzine di giovani simpatizzanti di destra, tra cui molti minorenni. Più di cento famiglie vivono nell’ansia. Dopo la strage di Bologna, l’attesa diventa insostenibile. Nell’estate del 1980 circa trenta giovani si danno alla latitanza precauzionale. Tra loro ci sono Alibrandi, Belsito, Ciavardini, Soderini, Sordi. Proprio Sordi, assieme ai camerati Alibrandi e Belsito, decide di arruolarsi nei campi di addestramento militare della Falange Maronita libanese: praticamente la milizia cristiana alleata di Israele nella lotta contro i palestinesi. In particolare Alibrandi pare essere affascinato dalle capacità militari degli israeliani (incaricati di addestrare le milizie cristiano-maronite).

– Nella metà del 1981, Sordi, appena rientrato in Italia, aderisce allo spontaneismo armato dei Nar. Nell’ottobre del 1981, a Milano, Alibrandi, Sordi e Cavallini vanno a Milano. L’obiettivo è Giorgio Muggiani, neofascista milanese, che nel dopoguerra, assieme a Domenico Leccisi, aveva trafugato la salma di Mussolini. L’accusa è quella di aver venduto Cavallini alla polizia nell’ambito delle indagini per l’uccisione dello studente di sinistra Gaetano Amoroso (assassinato nel 1976 per vendicare Sergio Ramelli, studente di destra, massacrato l’anno prima). Sulla strada che porta a Muggiani, i tre vengono intercettati da una volante della DIGOS che intima l’alt. Alibrandi, al volante, forza il posto di blocco: scatta l’inseguimento. Lo stesso Alibrandi, dopo un tratto di strada, frena di colpo, scende, e spara all’impazzata. Colpisce Carlo Buonoconto, l’agente alla guida, ferendolo gravemente e quello che gli è seduto affianco, Vincenzo Tumminello, ammazzandolo sul colpo. Infine si lancia all’inseguimento del terzo agente, Franco Epifanio, vent’anni, che ferito si è rifugiato nell’androne di un portone; Alibrandi finisce per desistere mentre Sordi avvicinatosi all’auto dei poliziotti prima di rubare le armi ammazza con un colpo alla testa l’agente Buonantuono. E’ il primo omicidio di Sordi.

– Pochi giorni più tardi, Sordi partecipa all’esecuzione del capitano della Digos Francesco Straullu: ventisei anni, originario della Sardegna, si è rivelato brillante nella caccia ai fascisti. Straullu è particolarmente malvisto dai neri, che lo ritengono responsabile di violenze sui prigionieri e abusi sessuali sulle donne. L’attentato contro Straullu scatta la mattina del 21 ottobre 1981. Quel giorno il capitano Digos non si serve della solita Alfetta blindata, ma adopera una normale Ritmo. L’auto dell’ufficiale, guidata dall’agente scelto Ciriaco Di Roma, viene intercettata in via del Ponte Ladrone, in prossimità di un sottopassaggio, laddove è costretta a rallentare. Il commando NAR  è equipaggiato con armi moderne: è previsto anche che qualcuno si apposti sul cavalcavia in modo da sparare dall’alto, perché il tetto è il punto più vulnerabile delle auto blindate. Quando i terroristi si trovano davanti una normale Fiat e non la prevista Alfetta blindata l’agguato si tramuta in mattanza. Walter Sordi si piazza in mezzo alla strada e apre il fuoco con un Heckler & Koch G3 cal 7,62 (fucile d’assalto con una capacità di fuoco impressionante). Alibrandi lascia partire un’altra scarica con il suo Garand, mentre Soderini e Cavallini mitragliano ai lati. L’auto con Straullu sbanda paurosamente e si schianta contro un muro. Alibrandi si avvicina per sparare alla testa il poliziotto. Il proiettile del Garand strazia il capo del capitano. Alla Mambro, venne impedito di avvicinarsi ai corpi per l’usuale sottrazione delle armi. Cavallini rinuncia al macabro rituale della lancia da conficcare nel petto del nemico. Il commando, dopo aver compiuto il fatto, si allontana a bordo di una Alfasud rossa e una Ritmo di colore grigio, entrambe rubate. In sede di sopralluogo vengono rivenuti numerosi bossoli di vario tipo, tra cui alcuni di calibro 7,62 Nato per fucile modello “Fal” del tipo blindato. Strullu verrà riconosciuto soltanto grazie ai documenti.

– Il 5 dicembre del 1981 i reduci dei campi di addestramenti libanesi, Belsito, Sordi, e Alibrandi, si fermano per comprare dei mandarini presso un chiosco di frutta della borgata Labaro, sulla via Flaminia. Transita una volante. A bordo ci sono Ciro Capobianco, Luigi D’errico e Salvatore Barbuto. L’auto inverte la marcia e avanza a filo di gas, rasentando i giovani. Alibrandi si accorge della manovra, getta per terra le bucce del mandarino, e impugna la pistola iniziando a sparare. Capobianco si accascia lungo il sedile, mentre D’Errico si precipita fuori dalla volante per ripararsi dietro un muretto e rispondere al fuoco. Dopo un attimo di sorpresa, anche le pistole di Sordi e Belsito cominciano a crepitare. Sordi viene preso a una mano, Barbuto centra alla nuca Alibrandi (successivamente Massimo Carminati, intercettato dai Ros, rivelerà che Alibrandi era stato vittima del “fuoco amico”). Alibrandi non si vede più: è caduto tra le macchine in sosta, svanito alla vista degli altri. Sordi salta nella volante seguito dagli altri due e parte sgommando verso la Flaminia. A bordo, in fin di vita, c’è ancora l’agente Capobianco. Spira due giorni dopo senza avere più ripreso conoscenza, mentre Alibrandi muore praticamente sul colpo. La madre di Capobianco perderà l’uso della parola per mesi.

– Sordi costituisce una sua banda personale tra Vigna Clara e l’Eur chiamata Walter’s Boys; formata da giovani fedelissimi fiancheggiatori e aspiranti eversivi, studenti che vivono in ambienti borghesi e offrono nascondigli. All’occorrenza vengono premiati con la partecipazione sul campo a qualche azione. I fedelissimi di Sordi considerano il loro capo un semidio. Le sue farneticazioni, la posa da soldato politico e “guerriero senza sonno”, affascinano i ragazzi.

– Il 5 marzo 1982, un commando NAR (del quale fanno parte, tra gli altri, Sordi, Francesca Mambro, Giorgio Vale) rapina la Banca Nazionale del Lavoro di Piazza Irnerio a Roma. Nel darsi alla fuga trovano le forze dell’ordine con cui ingaggiano un violento conflitto a fuoco in cui muore Alessandro Caravillani, studente di 17 anni, che passava di lì per caso. Francesca Mambro è ferita gravemente e trasportata nel pronto soccorso dell’ospedale San Filippo Neri dove verrà poi arrestata.

– Il 24 maggio del 1982 Sordi e Cavallini attaccano gli agenti di guardia alla sede dell’Olp per disarmarli. Sordi e Cavallini arrivano in Vespone sparando contro i poliziotti Pillon e Galluzzo. Il primo è ferito, il secondo muore. Dalle finestre della sede diplomatica palestinese iniziano a sparare anche gli arabi della scorta. Pochi mesi dopo, il 18 settembre, Sordi finisce in catene a opera dei carabinieri che lo catturano in un villino di Lavinio. Ha ventuno anni. Nel primo pomeriggio giungono telefonate anonime ad alcuni quotidiani nelle quali gli amici dello stesso Sordi, probabilmente per evitare trattamenti “impropri” da parte della polizia, danno notizia dell’arresto.

– Subito dopo l’arresto decide di collaborare con la magistratura e comincia a raccontare particolari inediti sull’eversione di destra. Arrivano i benefici di legge e dopo circa un anno e mezzo di carcere viene ammesso agli arresti domiciliari protetti, presso la caserma dei carabinieri di Forlimpopoli, prima di essere trasferito in una località segreta. E’ tuttora sottoposto a un programma di protezione e vive in località segreta.

– La pubblicazione della legge sui pentiti è molto attesa. Non solo dai possibili beneficiari, ma anche dai magistrati. Nel provvedimento, approvato il 22 maggio ’82, sono previste quattro ipotesi di pentimento: una per i fiancheggiatori, una per i dissociati, una per i pentiti veri e una per i cosiddetti i “superpentiti” la cui collaborazione è considerata di eccezionale rilevanza. Le pene, per quest’ultimo caso, sono ridotte fino a un terzo: invece dell’ergastolo, pene da sei a otto anni. E’ prevista anche la libertà provvisoria. Dissociati, pentiti e superpentiti possono usufruire della sospensione condizionale della pena (se condannati a meno di quattro anni di reclusione) e della liberazione condizionale (se dimostrano un sicuro ravvedimento).

– Un impulso decisivo alle indagini di polizia, alla scoperta di nuovi covi Nar a Roma, viene fornito proprio da Sordi che decide di collaborare con gli inquirenti subito dopo la cattura. L’inchiesta giudiziaria sui Nar ricostruisce proprio grazie a lui e ad altri pentiti una lunga serie di delitti, attentati e rapine, avvenuti tra il dicembre del 1981 e l’inizio del 1984.

– Il 17 ottobre del 1982, interrogato dal giudice Imposimato, dichiara: “Conosco Giusva Fioravanti da alcuni anni. Egli mi fu presentato da alcuni camerati dell’Eur, quartiere che io frequentavo abitualmente abitando nel Prati. Il Giusva ha militato prima nel MSI a Monteverde insieme ad Alessandro Alibrandi e Cristiano Fioravanti, suo fratello. Dopo alcuni anni di politica legale, costellata di alcuni scontri con i compagni, Valerio ha cominciato a fare politica extraparlamentare, costituendo un piccolo gruppo armato, formato da lui stesso, Alibrandi, Stefano Tiraboschi, e al fratello Cristiano. Essi cominciarono a praticare la lotta armata tramite rapine, e attentati alle persone. Il gruppo capeggiato da Giusva agiva anche in collaborazione occasionale con elementi del FUAN e con un gruppo di fascisti dell’EUR composto da Carminati Massimo, i fratelli Stefano e Claudio Bracci, e Franco Anselmi. Il primo delitto di rilievo fu l’uccisione, se non erro nel 1978, del compagno Scialabba. All’azione parteciparono i due Fioravanti, Alibrandi, Mario Pedretti, Franco Anselmi, Francesco Bianco e altri due che non ricordo. Nell’omicidio Scialabba furono usate una pistola cal 22 e 38 di Valerio. Un delitto molto importante compiuto dal gruppo di Fioravanti fu la rapina all’armeria di via Nattuzzi, nella quale morì Franco Ansalmi. Il fatto fu compiuto il 6 marzo del 1978 da Alibrandi, i fratelli Fioravanti, Franco Anselmi e Francesco Bianco. Ci furono anche altri complici con funzioni di copertura. A partire da quel momento il gruppo assunse, su proposta di Tiraboschi, la denominazione di Nar”.

Da un interrogatorio di Walter Sordi ai giudici Imposimato e Sica, del 15 ottobre 1982: “Parlando in particolare degli investimenti di somme di denaro da noi fatte attraverso la banda Giuseppucci-Abbruciati, posso dire che nel 1980 Alibrandi affidò alla banda stessa 20 milioni di dire, Bracci Claudio 10 milioni, Carminati Massimo 20 milioni, Stefano Bracci e Tiraboschi 5 milioni. Ricordo che Alibrandi percepiva un milione al mese di rendita. Mi fu spiegato che gli investimenti dovevano avvenire per un periodo non inferiore a sei mesi e che gli interessi corrispondenti erano del 5-6 % mensili. Era Bracci Stefano che si preoccupava di consegnare il denaro per conto di tutti alla banda Giuseppucci-Abbruciati, ricevendone la rendita mensile. Tutto era fondato sulla fiducia. Io ho affidato al Bracci Stefano lire 65 milioni, provenienti da rapine in banche, in più riprese. […] I soldi affidati alla banda Giuseppucci-Abbruciati erano tutti in contanti. Come ho già spiegato, Giuseppucci e Abbruciati prevalentemente investivano il denaro da noi ricevuto nel traffico della cocaina e nell’usura, ma c’erano anche altri investimenti nelle pietre preziose e nel gioco d’azzardo. Ricordo che un giorno, mentre io ero a Beirut insieme ad Alibrandi, ricevetti una telefonata da Carminati il quale chiese se vi era possibilità di piazzare pietre preziose di provenienza illecita. Dalla ricettazione di gioielli provenienti da rapine si interessavano uomini collegati alla banda Giuseppucci-Abbruciati”

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Giorgio Vale, il mulatto dei Nar

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Giorgio_ValeNasce il 22 ottobre del 1962. Inizia la sua militanza politica nel movimento Lotta Studentesca che poi cambierà il nome in Terza Posizione. Soprannominato Il Drake si legherà particolarmente a Giusva Fioravanti, leader dell’organizzazione terroristica neofascista dei Nuclei Armati Rivoluzionari. Dopo una militanza in Terza Posizione decide di passare nei NAR.

– Mulatto (la nonna è eritrea), partecipa il 28 maggio 1980 all’omicidio dell’appuntato di polizia Franco Evagelista, detto Serpico, in servizio davanti al liceo romano Giulio Cesare. Pare che l’obiettivo del gruppo di fuoco fosse quello di schiaffeggiare gli agenti, come sfregio alla crescente militarizzazione del territorio posta in essere dalle forze dell’ordine in quel periodo. La reazione dei poliziotti provocherà una sparatoria nella quale, appunto, rimarrà ucciso Evangelista.

– Il 9 settembre è parte attiva del commando che uccide Francesco Mangiameli, esponente del gruppo neofascista Terza Posizione, accusato di aver rubato il denaro destinato all’evasione di Pierluigi Concutelli e di aver espresso giudizi poco lusinghieri proprio su Vale per via del colore della sua pelle. Mangiameli viene prima ucciso e poi zavorrato in fondo a un lago, salvo poi riaffiorare ed essere così scoperto dalle forze dell’ordine.

– Nel settembre dell’80, dopo la strage di Bologna, la magistratura emette decine di ordini di arresto ai danni di esponenti di Terza Posizione i quali però fanno in tempo a fuggire all’estero. Vale, non ancora maggiorenne, diventa uno dei capi carismatici del gruppo.

– Giorgio Vale viene tirato in ballo a seguito delle indagini sulla strage di Bologna dal capo del SISMI generale Santovito che lo identifica come punto di contatto tra l’eversione italiana e gruppi terroristici franco/tedeschi. In particolare vengono ritrovati, nel gennaio 1981, sul treno Taranto-Milano: due mitra MAB, esplosivo T 4 (lo stesso utilizzato per la strage) e due biglietti aerei intestati ad un francese e ad un tedesco con destinazione Parigi e Monaco. In seguito viene accertato che tutto il materiale era stato collocato dai servizi segreti per depistare le indagini sulla strage. Nel 1995 con sentenza definitiva vengono condannati per il depistaggio Licio Gelli e Francesco Pazienza, oltre a vari esponenti dei servizi segreti. La stessa sentenza scagiona Vale (post mortem) da ogni responsabilità. [LEGGI SENTENZA]

– Nel gennaio del 1980 Vale, ancora in Terza Posizione, si avvicina sempre più ai NAR di Fioravanti. Le ragioni sono da individuarsi nella mancanza di risolutezza e nell’autoritarismo dei maggiori dirigenti di TP accusati tra l’altro di essere fuggiti all’estero con la cassa del movimento. Vale cura i contatti con le altre organizzazioni ma è conscio della mancanza di una figura carismatica all’interno di TP.

– La prima azione di Vale coi NAR è funzionale alla sottrazione di un mitra M12 ad un poliziotto: l’esito sarà l’omicidio dell’agente Maurizio Arnesano. A Vale cade anche la pistola, durante la fuga, ma Fioravanti esprime giudizio favorevole su di lui.

– Il 5 febbraio 1981 Vale assiste all’arresto di Giusva Fioravanti, avvenuto durante un tentativo di recupero armi, nei pressi del Canale Scaricatore di Padova. Assieme alla Mambro sono presenti anche il fratello di Giusva Fioravanti (Cristiano) e Gigi Cavallini. Nella sparatoria periscono due carabinieri: Enea Condotto e Luigi Maronese . Fioravanti viene ferito ad una gamba: decide di attendere all’interno di un appartamento i soccorsi, propedeutici all’arresto.

– Il 30 settembre 1981 viene ucciso il ventitreenne Marco Pizzari, all’interno di un regolamento di conti nell’ambito dell’estrema destra romana. Amico intimo di Luigi Ciavardini viene ritenuto un “infame traditore”. Pizzari viene ucciso da un commando composto da quattro uomini travestiti da poliziotti. L’azione viene rivendicata da Volante Rossa ma in realtà è compiuta dai NAR. All’azione partecipa Francesca Mambro mentre Vale svolge un compito di staffetta e autista così come per l’omicidio Straullu.

– Nelle rapine dove c’è un alto rischio di conflitto a fuoco Vale ricopre un ruolo di copertura: per esempio nella rapina miliardaria ai danni del gioielliere Marletta che determina la fusione tra NAR ed ex di Terza Posizione. La nuova banda prenderà il nome di NAR2, dalla denominazione del processo che verrà celebrato ai componenti del nuovo nucleo armato.

– Il 5 marzo 1982 Vale prende parte ad una rapina ad una banca romana. A seguito di questa azione viene ucciso uno studente (Alessandro Caravillani) e catturata Francesca Mambro. Con gli arresti di Mambro e Fioravanti, nonché con l’uccisione di Alessandro Alibrandi a seguito di un conflitto a fuoco la polizia è convinta di poter chiudere definitivamente la partita con i NAR provando a catturare anche Vale. Le forze dell’ordine riescono ad individuare il luogo nel quale si nasconde: si tratta di un appartamento di via Decio Mure 43, nel quartiere Quadraro. Durante la stessa giornata, poco prima di mezzogiorno, la polizia decide per una irruzione nella quale rimane ucciso Vale.

– Nello stesso appartamento nel quale stava asserragliato furono trovati centinaia di proiettili sparati da armi in dotazione DIGOS ma in base ai risultati della autopsia risultò che Vale morì a seguito di un unico proiettile (alla tempia). Si parlò di suicidio ma dai dati derivanti dalla verifica col guanto di paraffina sarebbe risultato che Vale non aveva affatto sparato.

Written by nazionalpopolare70

13 febbraio 2015 at 21:36

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